L’ostinatezza dei fatti

punto di vista

Hannah Arendt, nel suo saggio “Verità e politica”, scrive che “ La storia del conflitto tra verità e politica è antica e complessa”.  La strage di via D’Amelio rappresenta l’emblema di questo rapporto. E’ la storia difficile e tormentata del nostro Paese: è la contrapposizione tra chi della ricerca della verità ne ha fatto, oltre che il proprio lavoro, la propria ragione di vita, e chi dalla verità deve proteggersi.

Quello che in queste caldissime giornate di luglio si è ricordato a Palermo è che una verità, sebbene apparentemente lontana, è raggiungibile. Negli anni, si sono aperte delle vere e proprie “fenditure”dentro l’omertà di Stato. Tuttavia, oggi come allora, una parte d’Italia continua a non volere che emerga quella verità, poiché è nel periodo delle trattative che quella parte del nostro Paese ha fondato il proprio potere.  Del resto le mafie sono state definite “patologie del potere”: “mafia” è far potere col potere. Proprio per questo motivo muovere ogni singolo passo nella direzione che porti alla scoperta dei veri mandanti della strage consumatasi quel 19 luglio è oltremodo complesso, per questo motivo la verità resta un segreto chiuso tra le pagine  di un’agenda rossa.

A Palermo si sono susseguiti, nell’arco dei tre giorni trascorsi,  momenti di commozione: il corteo, le agende rosse, gli applausi interminabili che hanno accolto i magistrati. Quegli stessi magistrati la cui credibilità è oggi messa in discussione per il semplice fatto  che sono d’ostacolo all’operare incontrastato di un potere fonte d’ingiustizia ed improntato alla realizzazione di biechi interessi personali, che versa nell’immoralità delle condotte e nell’illegalità delle proprie azioni.

Il merito storico della magistratura è stato quello di aver operato, nell’attività di accertamento dei fatti e della verità penale, tramite l’applicazione dei principi costituzionali, a partire dal fondamentale principio d’uguaglianza. E’ proprio questa magistratura d’ispirazione costituzionale che è diventata “scandalosa” per il potere e che, sull’onda di un sistema informativo malato, rappresenta un male da eliminare anche secondo gli stessi cittadini. Sono gli ostacoli che impediscono di far chiarezza sulla stagione delle trattative tra Stato e mafia che, al contempo, non permettono di definire la nostra democrazia come una democrazia perfettamente compiuta.

Si commemorano le vittime, ma restano inascoltate le voci di chi vive e combatte quelle stesse battaglie intraprese da Falcone e Borsellino. Oggi come allora, si opera in un clima di guerra. Ma la guerra tra politica e magistratura non è bilaterale: è un’offensiva unilaterale che ha lo scopo di sopprimere uno dei tre poteri dello Stato utilizzando il Parlamento ed i “progetti epocali” di un Governo sempre più lontano dal Paese.

In questo scenario, è necessario, per la sopravvivenza del sistema democratico, che i cittadini diventino parte attiva. Ed allora, manifestazioni come quelle in ricordo dell’attentato di via d’Amelio, così come quello di Capaci, sono utili alla coscienza civile ed al recupero di valori sopiti, permettono di sperare ed aiutano ad aver coraggio, in un’epoca in cui il potere costituzionale è ormai sempre più logorato da quello che si annida tra le istituzioni pubbliche.

La ricerca della verità è raggiungibile: l’ostinatezza dei fatti, la maturazione delle coscienze, la partecipazione, la rendono tale. Non è più il momento del silenzio o della convenienza, ma dell’assunzione di responsabilità.

Sara Marino Merlo

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