Acqua pubblica : ma non finisce qui

punto di vista

Non sono ancora passati che due mesi dalla vittoria dei Sì ai Referendum per l’Acqua bene Comune ed ancora una volta, con il tempismo che contraddistingue la politica da 30 anni a questa parte, si tenta di smontare con cavilli quella che, anche se attraverso la freddezza di un quesito referendario, era una indicazione inequivocabile da parte del popolo italiano.

Negli scorsi mesi, a livello nazionale, abbiamo assistito, nell’ordine al ricorso per competenza  alla Corte Costituzionale da parte del Ministro Fitto sulla pubblicizzazione dell’acquedotto pugliese (la materia sarebbe di competenza dello Stato e non delle Regioni, a detta del Governo ) e, molto più di recente, agli attacchi in finanziaria (a partire dall’intenzione di revisionare l’art.41 della Costituzione in senso della maggior tutela all’iniziativa privata, fino ad arrivare all’assalto alle municipalizzate) che di fatto vanno contro lo spirito che aveva animato i referendum di Giugno.

A livello regionale, poi, essendo la Sicilia regione a Statuto Speciale (è quindi inapplicabile l’opposizione del ministro) abbiamo visto che si sta elaborando una legge di gestione degli Acquedotti che, se non si terranno gli occhi aperti, potrebbe far entrare dalla finestra quello che oltre due milioni di siciliani hanno tentato di far uscire dalla porta.

In un ambito di deregolamentazione totale, inoltre, non è inusuale che l’ATO 3 di Messina dia il via a consultazioni per «la costituzione di una SPA pubblica per la gestione del Servizio idrico nella provincia di Messina» nonostante la creazione di una società in house farebbe solo sprecare tempo e denaro pubblico.

Per chi ha fatto parte impegnandosi attivamente alla costituzione della rete di associazioni che hanno animato i Comitati Territoriali per l’Acqua Bene Comune è quindi importante riprendere il cammino di sensibilizzazione nei confronti di un tema per il quale l’interesse privato si è fatto e si farà in quattro , noncurante della possibilità di individuare una pur piccola fascia di «beni comuni» (l’acqua, i rifiuti ma in futuro anche la rete Internet etc .. ) per i quali valga la regola che la gestione «deve» essere fatta al di fuori del mercato e sulla base dei principi di solidarietà.

Non sarebbe bello, infatti, svegliarci a fine estate e vedere che gli sforzi per affermare questo principio sono stati vanificati da un semplice abbassamento della guardia. Vediamo quindi di rimettere in moto la meravigliosa ondata di opinione che ha caratterizzato la primavera scorsa e non permettiamo alla cattiva politica di preferire ancora una volta il profitto e l’utile al diritto e il giusto.

Francesco Mastrolembo

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