La Marcia per la Pace compie 50 anni

punto di vista

Partirà il 25 settembre alle 9, dai Giardini del Frontone di Perugia, come è tradizione, la Marcia per la pace e la fratellanza dei popoli giunta quest’anno alla sua cinquantesima edizione. La prima risale infatti al 24 settembre del 1961, organizzata da Aldo Capitini, tra i primi in Italia a cogliere e teorizzare il pensiero non violento gandhiano.
In quell’occasione venne per la prima volta utilizzata la Bandiera della pace, simbolo dell’opposizione nonviolenta a tutte le guerre.
Capitini descrisse così l’esperienza della marcia «Aver mostrato che il pacifismo, che la nonviolenza, non sono inerte e passiva accettazione dei mali esistenti, ma sono attivi e in lotta, con un proprio metodo che non lascia un momento di sosta nelle solidarietà che suscita e nelle proteste, nelle denunce aperte, è un grande risultato della Marcia». In questi 50 anni si è sedimentata in Italia e nel mondo una cultura che rifiuta la soluzione armata dei conflitti, che si batte per l’affermazione dei diritti umani, che ha teorizzato e sperimentato pratiche di resistenza nonviolenta, di interposizione pacifica, di solidarietà attiva. L’articolo che pubblichiamo di seguito ne rappresenta una testimonianza. Ma questo è anche l’anno del 150° dell’unità di Italia: due anniversari che, con le dovute differenze, ci dicono quanto l’impegno della società civile sia stato e sia fondamentale per costruire democrazia, comunità, progresso sociale e civile.

Guerre, terrorismo: mai più
Democrazia, diritti, giustizia in tutto il mondo

(Articolo di Tom Benetollo e Raffaella Bolini, 8 ottobre 2001)

Sono giorni drammatici, in cui c’è giustamente grande allarme fra i cittadini. L’attacco terroristico alle Twin Towers ha profondamente colpito tutti. Questo crimine contro l’umanità ha posto, in modo sconvolgente l’esigenza di operare contro il terrorismo, in tutte le sue forme. Una lotta che ha contenuti ideali, morali e politici fondamentali per costruire una civiltà degna di questo nome. Una lotta a 360 gradi. L’Onu si è espressa con chiarezza. Ma il passo compiuto in queste ore – con i bombardamenti in Afghanistan – va nella direzione sbagliata. È un errore politico. Un’azione di polizia internazionale può agirla solo l’Onu, e comunque non include azioni di bombardamento. Cosa è allora quello che sta avvenendo? È giusta l’inquietudine per quello che avverrà nei prossimi giorni, su cui nulla è dato di sapere. Concentrare l’azione sull’Afghanistan può permettere maggiore azione ai terroristi ‘dormienti’, i quali non aspettano altro che occasioni per una escalation del terrore. La lotta al terrorismo, per essere efficace e globale, deve avere come soggetto l’Onu, che deve poter agire a nome dell’intera umanità per sradicare il terrorismo con misure politiche, economiche, diplomatiche e anche di polizia internazionale. L’applicazione delle risoluzioni Onu per uno Stato palestinese, per una giusta pace in Medio Oriente e l’abolizione dell’embargo all’Iraq sono provvedimenti urgenti in questa strategia politica.
Questa, per l’Onu, è la grande occasione per essere l’architrave di uno ‘stato di diritto Globale’ che si ponga l’obiettivo di affermare pace, democrazia, diritti e giustizia nel mondo intero. In questa occasione, il potere decisionale deve essere consegnato all’Assemblea generale dell’Onu per un forte rilancio di questo consesso, perché assuma la responsabilità che gli compete.
È sbagliata l’idea che ogni Stato possa ritenersi libero di farsi giustizia da sé. È necessario scegliere la via della legalità internazionale con la massima coerenza. Tanto più nelle situazioni drammatiche.
È l’Onu altresì il vero garante del futuro dell’Afghanistan. Sulla base del diritto, della Carta dei diritti umani, con un processo di riconciliazione e di rinascita che non deve avere ‘padrini’, ma garanti imparziali. Non si tratta, in Afghanistan, di favorire forze che hanno dimostrato inaffidabilità o peggio, ma di lavorare su un orizzonte totalmente nuovo, dando così una concreta prospettiva ai diritti politici, sociali, civili di cittadini martellati da ogni forma di oppressione, dall’oscurantismo, dall’annullamento della democrazia: la tragica vicenda delle donne afghane è esemplare. Siamo infine preoccupati per i profughi afgani. Una nuova ondata di disperati – due milioni, che si aggiungono ai tre milioni precedenti – sono destinati a condizioni inumane. Facciamo appello alla solidarietà di tutti.
In questo clima angoscioso e plumbeo l’alternativa è: vivere. Non lasciamoci mettere il burka – alle idee, alle scelte e anche alla qualità della vita quotidiana. Non rinunciamo alla creatività. Su questa base ci attiviamo nelle iniziative di questi giorni. E sviluppiamo il più grande impegno per la partecipazione alla Marcia Perugia-Assisi. Contro il terrorismo. Contro la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali.
Contro i rischi di una guerra di civiltà e ogni forma di intolleranza e di razzismo.
Ci sono alternative: diffondere democrazia e partecipazione in tutto il pianeta, affermare un nuovo modo di vivere e di produrre, superare le enormi disuguaglianze che condannano alla disperazione larga parte del pianeta. UN MONDO DIVERSO È POSSIBILE. È NECESSARIO. È URGENTE.

(Fonte : ARCIReport n.31 – 13 settembre 2011 )

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