Accanto al Popolo Turco, accanto a Noi.

Mobilità internazionale, punto di vista

Istanbul_march_on_the_bridgeSi scambiano indicazioni logistiche, diffondono informazioni messe a tacere,  proclamano le nuove idee del 21° secolo, idee che per troppo tempo gli occidentali hanno preferito far finta di non vedere: sono i ragazzi di piazza Taksim ad Instanbul e molti li conosciamo avendo avuto modo di incontrarli in giro per l’Europa, da molti di loro leggiamo, in queste ore, la cronaca minuto per minuto di quella che è diventata una rivolta nel più vicino paese asiatico, e per ragioni geografiche e per ragioni culturali.

I fatti: il governo turco di Erdogan ha deciso che, al posto di Gezi Park accanto a piazza Taksim, uno degli ultimi polmoni verdi di Istanbul, debba essere costruito un enorme centro commerciale. La popolazione del quartiere non ci sta, sono gli stessi giovani che hanno visto il mondo a chiedere che uno spazio sociale non sia distrutto, e quindi si organizzano per manifestare affinchè non si verifichi quello scempio. La risposta del governo non si fa attendere e per giorni e giorni gli occupanti della piazza sono sottoposti a cariche a base di peperoncino, alle violenze delle forze dell’ordine, all’oscuramento mediatico. Nello stile delle ultime grandi rivolte, quindi, nasce #OccupyGezi perchè anche in Europa e nel Mondo si sappia che sul Bosforo si sta consumando una enorme violazione dei diritti umani.

Fin qui la cronaca. La riflessione, però, è un’altra. Questi ragazzi, infatti, non manifestano semplicemente perchè non venga costruito un palazzo in una città, questi ragazzi manifestano perchè non venga costruita una società che metta avanti i palazzi ai polmoni verdi, gli interessi economici alle persone, la parte più cattiva dell’occidentalizzazione alla riflessione tipica di culture millenarie. E’ innegabile, infatti, che la Turchia negli ultimi vent’anni abbia fatto giganteschi passi in avanti dal punto di vista dei parametri che in Occidente giudichiamo di vivibilità, è innegabile che la sua posizione geografica favorevole all’installazione di basi militari in funzione mediorientale abbia contribuito a ciò, ma siamo certi che le uniche scelte possibili portino ad un arricchimento economico per depauperamento culturale? Non avrebbero avuto i turchi quel denaro anche senza violentare la loro società?

Di questo si interrogano Jale, Irmak, Delal e Asli, amiche incontrate qualche tempo fa in uno scambio culturale a Berlino e che oggi sono in prima fila per diffondere nel mondo, con i loro appelli su Facebook e Twitter, quello che sta succedendo non ad Istanbul, ma nel pianeta. E’ singolare, infatti, come questa rivolta abbia dei punti di contatto con un’altra accaduta anni fa nel paese che ci ha ospitati tutti, Berlino, quasi a dire che certe tematiche non appartengono solo ai paesi più “arretrati”, ma debbono essere riscoperte quale patrimonio comune.

In quel caso si fronteggiavano da un lato i difensori di un immobile sullo Sprea, un luogo di persone , un centro sociale occupato negli anni 90 per fare attività culturale ed educazione per i più piccoli e dall’altro una multinazionale dell’elettronica che dopo aver lasciato il posto abbandonato per anni si era ricordata che giusto lì potevano sorgere i suoi uffici. Anche in quel caso il quartiere si mobilitò, i suoi abitanti avevano ripreso a vivere quello spazio della città, ci mandavano i figli per il doposcuola, si vedevano per i concerti o le conferenze la sera, ed in quel caso, in un periodo storico più attento ed in una Berlino molto sensibile a questi temi, l’interesse sociale vinse contro quello economico.

Come a dire, in quale punto della storia abbiamo perso la ragione?

(Nella foto: la marcia degli abitanti della parte est di Istanbul sul ponte che li separa dalla parte Europea della città. L’attraversamento a piedi è vietato)

Francesco Mastrolembo

Associazione SAK BE – Circolo ARCI Brolo (me)

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