III Premio Letterario “La Capannina”: nella categoria “racconto breve” vince “I Need You” di Maria Natalia Iiriti – ecco il testo completo

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Premio letterario la CapanninaIl Premio Letterario “La Capannina”, per cui la nostra associazione si spende sin dalla nascita nell’organizzazione, è giunto quest’anno alla terza edizione. Durante la premiazione, svoltasi a Gliaca di Piraino il 25 agosto, sono stati riconosciuti vincenti il libro “I racconti di Nonno Ross” di Mimmo Molica Colella, per la categoria “romanzo”, ed Armando Piscioneri per la migliore “epistola”. Per quanto riguarda invece la categoria “racconto breve” il premio è andato a Maria Natalia Iiriti con il suo “I Need You”. Viste le tematiche ed il messaggio, in cui ci riconosciamo, abbiamo il piacere di pubblicarlo integralmente.

I NEED YOU di Maria Natalia Iiriti

Il ticchettio delle dita sui tasti era l’unico rumore che accompagnava il suo lavoro. Intorno, il silenzio della notte che si fa da parte per accogliere il giorno. L’articolo era quasi finito. Margherita appoggiò i gomiti sul tavolo della cucina e allungò gli occhi verso la tazzina vuota e fredda. Le quattro del mattino: un altro caffè era proprio quello che ci voleva. Mentre la moka si riempiva di inchiostro aromatico, Margherita controllò la sua casella di posta elettronica. C’era solo un nuovo messaggio, spedito qualche minuto prima dall’altra parte del mondo. “I need you”.

Margherita rilesse le tre parole tante volte. Il gorgoglio del caffè la scosse. Il momento era arrivato. Il suo amico David Goldestein aveva bisogno di lei e glielo comunicava utilizzando la sua mail privata, quella che non le aveva mai dato. Non si sentivano da qualche anno, non si vedevano da molto più tempo. Margherita sentì un brivido molesto corrergli lungo le braccia. Riconosceva quella sensazione. Si mise a piangere prima di sapere perché. Pianse mentre sorbiva il caffè a piccoli sorsi, pianse nel rileggere il suo articolo. “Caro direttore, ecco quanto mi hai chiesto. Penso di meritarmi qualche giorno di vacanza”. Margherita aggiunse queste parole all’allegato, spedì e mise il suo computer a riposo. Andò a dormire, con tanta voglia di piangere, ancora e ancora. Sotto la coperta leggera che bastava in quell’autunno stupendo, Margherita ricordò l’ultimo incontro con David al Museo dell’Olocausto di Gerusalemme. Una passeggiata alla Vallata delle comunità, là dove si ricordavano le comunità ebraiche d’Europa inghiottite dalla furia della guerra e della Shoah, a parlare del più e del meno. Poi, nel Giardino dei Giusti fra le nazioni, accanto all’albero che ricordava il coraggio di Irena Sendler, l’infermiera polacca che aveva salvato migliaia di bambini, lei gli aveva chiesto di provare. Provare a conoscersi meglio, provare a superare le differenze per lasciare spazio all’unica cosa che contasse, l’amore che sentiva per lui. David aveva detto di no. No perché lei era lontana e lui aveva già una fidanzata. Che avrebbe voluto provare quello che provava per lei, ma in quel momento non sentiva niente di più che… Che niente. Il giorno dopo il loro incontro Margherita andò a Ramallah, poi nei villaggi palestinesi dalla vita sospesa. Visitò le distese di uliveti spezzati dal muro, lesse i messaggi della disperazione. La disperazione si aggrappa a tutte le lingue del mondo. Una di queste scritte l’aveva particolarmente colpita. Era scritta in francese, lingua che Margherita amava molto e che la faceva sentire più vicina a suo padre. Un jour il tombera. Un giorno, questo muro, cadrà. Una scritta semplice e profonda, forte come una carezza e diretta come un pugno. Margherita osservava la scritta come incantata: ali di gesso su una lavagna. Scattò la foto prima che tre soldati di leva intervenissero per disperdere i pacifisti che si erano spinti fin là. Nei suoi articoli Margherita raccontò gli ulivi carbonizzati, il sapore di vetro del lacrimogeno lanciato per disperdere le persone, le urla di Said contro le tute mimetiche protette dalla mitragliatrice. Un jour il tombera. La foto adesso era nella bacheca delle scadenze. Era trascorso qualche anno da allora. Il muro non soLo non era caduto ma si era moltiplicato. Margherita ricordava anche il caldo innaturale che l’aveva accolta a Gerico, i bambini sorpresi all’uscita della scuola, la frutta esotica e il venditore di kabuki, rassegnato alle sue chiacchiere e alle sue fotografie. Gerico, la città più antica del mondo, il punto più basso della terra. La città affacciata sul Mar Morto. I bambini del villaggio palestinese di At-Twuani, scortati nel tragitto casa -scuola dall’esercito israeliano, per proteggerli dall’odio dei coloni. E poi Betlemme, città di pane, dove la convivenza fra i musulmani e i cristiani era una realtà. A Gerusalemme, la città dove si sentiva a casa, si recava per riprendere fiato e capirne le contraddizioni, per parlare coi palestinesi di Gerusalemme est, residenti senza diritti di cittadinanza. Gerusalemme d’oro coi simboli maestosi e pericolosi delle tre religioni monoteiste, coi suoi quartieri che sfidavano la storia. Quella notte Margherita ricordò il desiderio che aveva espresso, raccogliendo le idee nel quartiere armeno. Una passeggiata con David a Gerusalemme. A questo ricordo Margherita si coprì la testa con il lenzuolo e lasciò scivolare le lacrime sul cuscino.

I suoi viaggi in Medio Oriente si erano fatti frequenti negli ultimi anni. Margherita aveva buon i rapporti con Israeliani e Palestinesi ma sentiva che la tensione si accumulava anno dopo anno. Aveva impiegato anni a comprendere le ragioni di un conflitto lungo e doloroso che aveva distrutto famiglie e spezzato molte speranze. La pace sembrava una strada poco praticabile. Non ci sarebbe stata pace senza giustizia. Non ci poteva essere giustizia senza diritti. Il rifiuto di David l’aveva resa molto triste ma, nello stesso tempo, si era sentita sollevata. Cosa ne sarebbe stato della loro storia? Poteva amare un uomo ebreo e difendere le ragioni del popolo palestinese? Prima o poi avrebbe dovuto fare una scelta.

Erano le dieci quando decise di alzarsi. Si lavò con cura e si vestì con attenzione. Raccolse i capelli e lasciò solo qualche ciocca morbida sul viso. Si passò un filo di trucco per mascherare le occhiaie, regalo di notti insonni e levatacce. Ci voleva un altro caffè. Margherita afferrò le chiavi e le infilò nella tasca dei jeans. Raggiunse in pochi minuti la parte più vecchia del paese, l’unica che aveva resistito al fascino del cemento. Case in pietra in cima a salite ripide, case affittate agli extracomunitari. In una di queste case viveva Zora. Era diventata troppo grande per lei, rimasta sola dopo il matrimonio dei figli emigrati due volte, prima dal Marocco alla Calabria e in seguito dalla Calabria al Piemonte. Zora era stata la prima donna immigrata. Dopo anni godeva di una fiducia illimitata da parte della comunità marocchina e calabrese. Margherita aveva bisogno del suo caffè e del suo divano, carico di cuscini. Zora la fece entrare senza chiederle il motivo della sua visita. Parlarono delle cose di ogni giorno, cose che Margherita spesso dimenticava o ignorava. “Tra poco è Natale” disse Zora. Margherita sorrise. Ciascuna partecipava alle feste dell’altra e questo la rendeva contenta perché faceva molto modello Betlemme. Tra poco era Natale e lei sarebbe diventata più vecchia e più triste. “Allora vai a Betlemme ?” chiese Zora. “Ci sto pensando” rispose Margherita piuttosto bruscamente, per chiudere il discorso. Poi aggiunse: “Ho bisogno di una vacanza”. Zora sorrise ma il suo sguardo era serio: “In questo momento, solo l’amore spinge ad andare laggiù. Se parti stai attenta”. Non una parola su David e sul suo messaggio. Solo dieci chilometri separavano Betlemme da Gerusalemme, una distanza che poteva tradursi in un viaggio lungo un’ora, interrotto da controlli e perquisizioni. Natale si stava avvicinando. Le vetrine scintillavano in tempo di crisi. I presepi non passavano mai di moda. La festa della famiglia era alle porte. Per Margherita era quella la vera ricchezza: avere una famiglia, un lusso che lei, per paura o sfortuna, non aveva potuto permettersi. E quella famiglia, la famiglia di Gesù, povera e speciale, le sembrava il bene più prezioso. Ogni anno, di questi tempi, Margherita era in preda all’ossessione di questo nuovo pensiero: una famiglia. Due persone che si vogliono bene e un figlio, almeno uno, uno soltanto. Così, da qualche tempo, si era messa a collezionare presepi. Presepi piccoli e essenziali, nei materiali più strani. Presepi da tutte le parti del mondo. Conosceva tutte le botteghe di Betlemme dove gli artigiani musulmani facevano nascere la famiglia dai tronchi d’olivo. E il muro voluto dagli Israeliani che spezzava la città dove era nato Gesù, veniva riproposto pure nei presepi. Margherita non amava questa moda. Era un’altra la sua speranza. Il pensiero scritto sul muro del villaggio di Ni’llin non la abbandonava un solo istante: un jour il tombera, un giorno, lui, il muro, cadrà.

Quel giorno Margherita saltò il pranzo. Non aveva risposto alla mail di David e non sapeva spiegarsi se la sua fosse paura o vendetta. Dopotutto non si era fatto sentire per tanto tempo. Un giorno in più, un giorno in meno, non avrebbe fatto differenza. Nel pomeriggio la telefonata del nipote aveva interrotto il suo riposino. “Zia, I need you!”. Margherita rise di gusto, trascinando il nipote nella sua risata. Nel giro di poche ore due persone le avevano chiesto aiuto. Non erano due persone qualunque: David e suo nipote Francesco erano le persone più importanti della sua vita. “Vieni a cena” rispose Margherita senza chiedergli niente. Trascorse quello che restava del pomeriggio a preparare la torta al formaggio, una reminiscenza della sua gioventù trascorsa nell’ateneo umbro. Francesco ne andava matto e anche per Margherita preparare quel piatto era uno dei migliori antistress. Mentre la torta prendeva un bel colore brunito, Margherita pensava alla risposta da dare a David. Si erano incontrati a Gerusalemme. Per settimane non aveva fatto altro che pensare a lui. Finché casualmente Margherita aveva appreso da internet che David sarebbe venuto in Italia per tenere una conferenza sulla Shoah. Una notte in treno per arrivare in tempo. Il treno passava lasciandosi dietro una tempesta. Un viaggio più lungo di quanto non fosse lungo Israele, aveva detto David a amici comuni. Margherita era andata all’albergo in cui alloggiava ma David era già uscito. Allora si era risolta a fare una passeggiata nella incipiente nebbia padana. David camminava avanti a lei. Anche di spalle lo aveva riconosciuto. Ricordava ancora la sensazione delle sue gambe che correvano da sole, senza fare i conti con la volontà, le sue gambe corte che non arrivavano mai accanto a lui. Margherita ricordava la sua mano sul suo braccio, la faccia sorpresa di David e il tentativo di una conversazione normale. Avevano parlato poche ore, durante quali non era riuscita a confidargli quello che provava per lui. Il trillo del forno la stava riportando alla realtà. Meglio così. Era passato tanto, troppo tempo. Meglio concentrarsi sul presente, sulla torta al formaggio, sulla cena e su suo nipote Francesco. Meglio concentrarsi sulla famiglia che il destino le aveva riservato. Francesco arrivò puntuale all’appuntamento. Zia e nipote si misero a tavola con un certo appetito. Quando erano insieme la differenza di età di annullava. Stavano bene, oggi come un tempo. Per Francesco zia Margherita era un mito, piccola e forte come un albero di olivo, che aveva sempre qualcosa da raccontare e mai niente da insegnare. Per Margherita Francesco era l’opportunità di mettere da parte il senso di sconfitta per aiutarlo a crescere. “Ho bisogno di te, zia” disse Francesco scartando la crostata al limone che aveva portato. “A scuola è arrivata una circolare. C’è un premio per il presepe più bello”. Margherita lo guardò dritto negli occhi. “Pensavo che tu… con tutti quei presepi…. magari…potresti regalarmi qualcuno….” aggiunse Francesco. “Non se ne parla” rispose Margherita, alzandosi per sparecchiare. Non le piacevano le scorciatoie, gli espedienti per arrivare primi senza faticare sulle cose. Francesco si rese conto che aveva urtato la sensibilità della zia. “Stavo scherzando, zia. Ma magari tu potresti darmi un’idea per realizzare un presepe un po’ diverso dal solito”. Margherita tornò a sedersi. Guardò suo nipote, alto e sottile, coi capelli spettinati e gli occhi vivi della sorella. Poi guardò l’orologio. “E’ tardi Francesco. Adesso vai a casa. Io penserò alla storia del presepe e ti farò sapere”. Francesco abbracciò la zia e chiuse la porta alle spalle. La collezione di presepi stava in un’ampia camera che una volta era lo studio del padre. Margherita li guardò con attenzione. Tutti i continenti erano rappresentati e lei sentiva pulsare il mondo in quello scampolo di casa, diventata troppo grande per lei sola. Margherita passò in rassegna i presepi. Amava molto un presepe brasiliano in terracotta, un altro di feltro che le aveva confezionato una sarta e il più piccolo, realizzato con fili di rame dentro una scatola di sardine. Ci voleva un’idea per un presepe nuovo, uno in cui ti riconosci subito, un presepe che potesse unire l’Oriente e l’Occidente. Margherita lasciò la stanza dei presepi senza un’idea precisa. Si procurò dei vecchi giornali pescati a caso tra la sua collezione di stampa estera e fece delle barchette. Coi fogli di un giornale palestinese ne fece una più grande. Una famiglia di profughi in balia delle onde. Ritagliò due simboli in nome dei quali erano stati fatti molti errori. La barca aveva due bandiere: la bandiera israeliana e la bandiera palestinese. Gesù era un ebreo nato in Palestina. Tecnicamente Gesù avrebbe dovuto avere due passaporti. Intorno le barchette dei pescatori, i futuri discepoli, i futuri cristiani. Margherita incollò le barche su una base di cartoncino blu, collocando la più grande al centro. Il mare, artificialmente piatto, parlava tutte le lingue del mondo. Margherita recuperò le statuine dallo scatolo del presepe che usava fare molto tempo fa. Sulle barche applicò della sabbia e piccole conchiglie. Il mare, l’Oriente e l’Occidente, la ricchezza e la povertà. La giustizia sugli errori, la pace sul conflitto. Il suo presepe, in balia delle onde, era pronto. E cos’era una nascita, se non uno sbarco in una nuova dimensione? E cos’era uno sbarco se non la speranza di una rinascita? Margherita osservò a lungo quanto aveva realizzato. Collocò il presepe di carta all’ingresso e scattò una foto. Poi si mosse. Preparò una borsa, non troppo piccola né troppo grande. Una borsa facile da trasportare, veloce da perquisire, funzionale alle sue necessità. Accese il portatile e rispose a David: “Me too”. Anche io. Anche io ho bisogno di te. Era pronta. Prese la borsa e uscì.

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